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Nei piccoli paesi a ridosso della Majella, in particolare a Cansano, in provincia dell’Aquila, la trasformazione della pietra in calce mediante cottura in forni speciali che portano la temperatura sui mille gradi centigradi, è stata praticata fin dall’antichità, come prova una di queste strutture di epoca romana riportata alla luce negli scavi archeologici del vicino pianoro di Pantano. Il carbonato di calcio della pietra sotto l’azione del calore della pietra si trasforma in ossido di calcio, più comunemente conosciuto come “calce viva”, che trattato con acqua dà luogo alla calce spenta, ossia a quella candida sostanza in passato
o assai più che oggi di larghissimo uso nell’edilizia e in altre industrie. Un mestiere antico, quello del “calcarolo” – come localmente vengono chiamati coloro che per secoli lo praticarono e lo esportarono dall’Abruzzo nella campagna romana e nelle Pianure di Terra di Lavoro – un mestiere tramandato di generazione in generazione e oggi ormai all’estinzione.


A metà del Cinquecento – come è storicamente accertato – i Cansanesi per il possesso di una calcara ci fecero addirittura una guerra con i Sulmonesi che ne rivendicavano la proprietà per essere stata costruita sul loro territorio. Le cronache del tempo parlano di duecento uomini armati partite da Sulmona con picche e archibugi e saliti con bandiere e tamburi in testa su per la “via nova”, intenzionati a “scasare” l’abitato e fare razzia di calce e bestiame. In paese erano suonate le campane a martello e gli uomini erano accorsi al valico di Costa Piana e sulle alture adiacenti a contrastare il passo agli invasori.
C’erano state sassaiole e attacchi all’arma bianca, avevano tuonato gli archibugi e c’era scappato il morto da entrambe le parti: un episodio clamoroso che inevitabilmente era finito nelle aule della Regia Udienza. Analoga contesa – anche questa storicamente provata – era scoppiata in quel tempo anche con gli abitanti di Pacentro che, secondo la versione sulmontina, avevano impiantata una calcara su colle Nusca, al di là dei confini; consequenziale il ricorso alla forza e immancabili i lunghi e costosi strascichi giudiziari.Ora quelle calcare tanto ambite e a lungo contese rivivono solo nel ricordo degli ultimi “calcaroli” di
Cansano  che, l’estate 2002, sebbene ormai u  po’ avant inegli anni, si sono rimboccate le maniche e hanno costruito una calcara:
una calcara piccola da appena 100 quintali di calce, quando nei bei tempi se ne costruivano di assai più grandi, fino a 1500 o addirittura 1800 quintali, ma puntualmente esemplata alla perfezione sui modelli antichi. Poi un bel giorno, presente la folla delle grandi occasioni, hanno appiccato il fuoco e la loro creatura, di continuo alimentata con legno e frascame, ha cominciato a “respirare” liberando fumi e fiamme attraverso i “tafoni”, come da queste parti chiamano i fori praticati sulla “cappa” di copertura. E mentre pennacchi neri e scintille vermiglie fuoriuscivano, con veemenza dagli sfiatatoi, nel forno la temperatura saliva portando ad incandescenza le pietre fino a volgere al bianco. La calcara ha così eruttato come un  minuscolo vulcano vivificato dagli ultimi “calcaroli” di Cansano, che hanno armeggiato con i loro attrezzi anneriti e bruciacchiati, sudando sotto il sole rovente del giorno e stagliandosi come giganti nel buio contro la sagoma cupa della Macella incombente sotto le stelle.Una visione d’altri tempi, un mondo lontano dileguatosi nella notte forse per sempre.

Le fasi di costruzione di una calcara

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