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| Spesso si attribuiscono a
piccoli e grandi territori dei nomi che ne rivelino il
carattere; spesso i nomi si perdono, si trasformano e
nella loro metamorfosi celano il ricordo di ciò
che sono stati. A volte il nome si disperde del tutto,
o rimane celato in un angolo nascosto, nella terra. È
accaduto a Cansano. Gli scavi sistematici di parte del
pianoro disteso alle falde orientali di Colle Mitra, l’imponente
centro fortificato dei Peligni, sono stati condotti dove
i microtoponimi di Zeppe, Pantano, Tavuto, lasciano Lungo
i numerosi sentieri che partono da Cansano, specie in
primavera, si trovano essenze di
grande bellezza, tra cui la
peonia, la |
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genziana maggiore e l’Epipactis purpurea, una delle
orchidee selvagge più rare d’Italia, immersi
nel verde denso di faggi, querce, pini, aceri, carpini,
ornelli, tassi e ginepri.
La vasta arca del Parco Nazionale della Majella ha sempre
ospitato esemplari di orsi, lupi e cinghiali - animali
che hanno alimentato i racconti popolari - di gatti selvatici
e martore. Negli ultimi anni il territorio è stato
ripopolato con cervi, camosci e caprioli. L’aviofauna
comprende numerose specie: il fringuello, il picchio,
il frosone, l’arvicola, il piviere tortolino, l’aquila,
lo sparviero e la poiana. Innumerevoli sono le specie
di insetti. Solamente di farfalle ne sono state identificate
più di trecento.
L’escursione più interessante e non impegnativa
è al Bosco di S. Antonio, senz’altro la più
bella faggeta della regione, riserva naturale dal 1985.
Un impegno maggiore richiedono gli itinerari di monte
Pizzalto, di monte Rotella, del Morrone e della Maiella.
Lo scavo è stato avviato da una serie di indagini
preliminari su un’area non interessata da ricerche
scientifiche precedenti, ma percorsa e depredata da generazioni
di ricercatori clandestini, che hanno impoverito il sito
di oggetti e di storie. Dalla fine dell’Ottocento
ai nostri tempi solo gli interessi scientifici di Antonio
De Nino, di Valerio Cianfarani con Ferruccio Barreca,
di Frank Van Wonterghem e Ezio Mattiocco hanno reso possibile
avviare dal 1992 le ricerche sistematiche della Soprintendenza.
In questa parte meridionale dell’ager sulmonese
circa duemila anni fa sorgeva uno dei tanti villaggi che
caratterizzavano l’assetto sparso degli insediamenti
sia in epoca italica sia nel successivo periodo del dominio
romano: insieme all’abitato sono stati finora portati
alla luce i resti di un grande santuario, di necropoli
e di un edificio per attività produttive. La zona
destinata alle abitazioni è stata indagata solo
parzialmente. Tra le strutture, articolate secondo diversi
ambienti, sono state portate alla luce
piccole vasche e canalette. Le murature sono
in opera incerta e si attestano su un tratto di strada
che dirige verso sud. |
Lungo questo
tracciato si estendeva l’area destinata alle sepolture,
dove saggi preliminari hanno fornito una desiderata ma
insperata chiave di interpretazione della storia e della
topografia dei sito: nella zona meridionale dell’area
indagata sono emersi reperti che documentano come la necropoli
di età romana sia stata quasi completamente intaccata
dai lavori agricoli. Nonostante questo, è stata
recuperata un’iscrizione funeraria in pietra calcarea,
sormontata da una cimasa lavorata a parte, decorata a
rilievo su tre lati con motivi naturalistici e floreali,
come volute, girali e rosette. Si tratta della dedica
a Sesto Paccio Argynno da parte dei cultori di Giove di
Ocriticum, databile al I secolo d.C.: Sex(to) Paccio /
Argynno / Cultores Iovis / Ocriticani / P(osuerunt).
La scoperta risulta importantissima per la definizione
dell’identità dell’abitato e per la
individuazione dei culti praticati nel santuario: l’epigrafe
infatti avvalora l’ipotesi dell’identificazione
dei sito con lo “Jovis Lorene” della Tabula |
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Peutingeriana,
considerando che tale toponimo viene conservato negli
itinerari più tardi, segno evidente di una persistenza
dei resti dell’insediamento che continuava a essere
ricordato con il nome della divinità più
importante qui un tempo venerata.
Il testo conserva infatti le testimonianze della presenza
dei cultores Jovis presso il santuario e dei toponimo
antico di Ocriticum, identificabile con una comunità
di tipo vicano, che legava il proprio nome alla vicinanza
dell’ocre su Colle Mitra.
In questo sito, che nel I secolo dopo Cristo si chiamava
Ocriticum, i cultori di Giove che prestavano il loro servizio
nel santuario per onorare la somma divinità, dedicarono
probabilmente a uno di loro, defunto, il cippo tornato
alla luce dopo duemila anni; la memoria di Sesto Paccio
Argynno aleggiasul pianoro, oggi come ieri.
La sua famiglia era presente nella zona fin dall’epoca
italica: altre iscrizioni ne ricordano il nome nell’area
peligna, ma le attestazioni dei gentilizio valicano i
ristretti ambiti territoriali per documentare come i Paccii
fossero diffusi tra i Marsi e come in Amiternum tra i
Sabini fossero ricchi proprietari di greggi; tra i Sanniti
gli appartenenti alla stessa famiglia ricoprivano cariche
magistratuali soprattutto di ambito religioso. A Larino,
sempre nel I secolo dopo Cristo, è documentato
il cognomen Argynnus. Attraverso questo pianoro, i contatti
con il Sannio appaiono d’un tratto più stretti
per chi non aveva timore della montagna per comunicare
e per condividere esperienze.
La ricchezza degli abitanti dei pianoro è testimoniata
da un mausoleo di un considerevole impegno monumentale:
i blocchi litici di notevoli dimensioni conservano i fori
delle grappe plumbee formano la fondazione su cui si alzavano
murature in opera reticolata. I resti della struttura
quadrangolare, emersi nel saggio effettuato alle pendici
della collina orientale, sono posti lungo un tracciato
stradale diretto a est, realizzato con una massicciata
di pietrame ricoperta da pietrisco battuto misto a malta
(via glareata): la sede stradale è delimitata lateralmente
da muretti di pietre a secco e conserva le tracce scavate
dalle ruote dei carri. |
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Dalle immagini
riprese dall’alto e dalla
planimetria appare con evidenza l’organizzazione
(zonizzazione) dell’insediamento sul pianoro: in
posizione centrale appare il recinto del grande santuario,
intorno al quale si delineano i percorsi e gli spazi destinati
all’abitato, alle sepolture, alla produzione. In
particolare, gli spazi del santuario appaiono definiti
sia nell’articolazione spaziale sia nell’evoluzione
cronologica:
In particolare, gli spazi del santuario appaiono definiti
sia nell’articolazione spaziale sia nell’evoluzione
cronologica: da un piccolo recinto pressappoco rettangolare
di epoca italica, posto su un terrazzo naturale regolarizzato
che racchiudeva un solo tempio, il luogo sacro si amplia
nel II sec. a.C. con un ulteriore terrazzo posto a un
livello inferiore sul lato occidentale e si dilata sul
pianoro per contenere in epoca romana un nuovo edificio
templare, perfettamente allineato con il precedente.
Il primo tempio si ergeva, dalla fine del IV sec. a.C.,
su un terrazzo naturale: |
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edificato
nei pressi di un originario altare all’aperto, sembra
fosse costituito da un edificio con cella unica, dalla
planimetria pressappoco quadrangolare. L’ingresso
alla cella era aperto a sud, in asse con l’accesso
al recinto sacro che ne delimitava lo spazio sacro.
Successivamente, in linea con le necessità di monumentalizzazione
degli edifici sacri, si documenta un ampliamento del recinto
e del tempio, con la costruzione del pronao in
tecnica sensibilmente diversa, pur nell’ambito
del sistema dell’opera quadrata. Il muro di
costruzione del pendio assume forme monumentali con la
costruzione della poderosa struttura di terrazzamento
ancora visibile. Ora il tempio appare diviso in pronao
e cella, una lunghezza di 12 metri e una larghezza di
7,7: tali misure riportano la sua costruzione nell’ambito
dei coevi templi del Sannio: risulta infatti impostato
su un modulo di 4 piedi oschi.
Gli strati più bassi conservano tracce della vita
dei tempio; una piattaforma intenzionale di pietre sigillava
l’area esistente presso la parete occidentale dell’edificio
templare: stata destinata, tra IV e I sec. a.C., a raccogliere
e custodire gli oggetti donati alla divinità per
assolvere ai voti o per impetrare favori. Quando tali
oggetti non trovavano più locazione nello spazio
limitato della cella, venivano conservati nella terra
sacra. Il deposito votivo testimonia le attività
rituali e la presenza dei fedeli nel santuario.
Dalla terra tornano volti e statuine in terracotta, statuine
bronzee di Ercole, monete, teste nimbate, maschere, pinakes,
mani e avambracci, piedi, gambe, falli, uteri, bòvidi,
cavalli, cani, colombe, thymiateria, calici, coppe, lucerne,
vasi miniaturistici, tintinnabula, fuseruole, pesi da
telaio, balsamari, un alabastron, un probabile incensiere
a forma di piede a vernice nera. Una statuetta bronzea
del tipo dell’Ercole in assalto giaceva isolata
in fondo al deposito: offre fondatezza all’ipotesi
che voleva individuare proprio in Ercole la divinità
titolare del tempio, che tanta fortuna ebbe tra le popolazioni
del Centro Italia, “importato” direttamente
da ambienti greci, per le sue valenze di protettore dei
soldati, dei commercianti, e come collegamento privilegiato
con la sfera femminile dei culti misterici, come fa supporre
l’offerta di ex-voto e di votivi legati alla sfera
della fecondità. |
Il deposito ha restituito
finora circa 600 oggetti, che contribuiscono alla ricostruzione
di un modello di società
devota limitata all’ambito popolare
e rurale, ma con possibilità e capacità
di contatti con le aree centro-italiche da cui importare
matrici di derivazione ellenistica diffuse tra l’Etruria
e la Campania, per la lavorazione nella zona.
A ridosso delle strutture del tempio italico, le sepolture
documentano la fase più recente di utilizzo dei
resti dell’edificio. In una tomba sono stati rinvenuti
due corpi, riconoscibili come una madre e il suo bambino,
sepolti quando il sito era tornato a ospitare capanne
come abitazioni, dopo la fase più ricca |
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coincidente con
l’epoca romana. Una tomba è microcosmo di
informazioni relative sia alla singola persona dell’inumato,
sia alle modalità del seppellimento, sia alla società
in cui viveva, nella ricostruzione di un contesto antropologico
e culturale che è poi il fine dell’indagine.
Altre importanti informazioni vengono dallo studio degli
elementi che costituiscono il corredo funerario: nella
sepoltura ricavata tra i blocchi del podio templare il
povero corredo era costituito da una bocchetta in ceramica
comune e da oggetti di ornamento personale: armille e
orecchini.
Le sepolture contribuiscono così a ricostruire
la fisionomia di un territorio attraverso l’integrazione
dei risultati delle ricerche e degli studi. Il prelievo
di campioni di terra e il recupero di piccolissimi reperti
organici, mediante il metodo della flottazione, ad esempio,
contribuiscono alla ricostruzione dell’ambiente
naturale che ospitava le sepolture: pollini e semi ci
raccontano che tipo di flora viveva sul pianoro.
Ancora nell’area sacra, nella zona retrostante il
tempio italico, una piccola fornace a mattoni documenta
l’intensa attività produttiva legata al santuario,
vero polo multifunzionale dell’antichità,
dove si intrecciavano strettamente le attività
cultuali, politiche ed economiche.
Sul terrazzo superiore del santuario, in vista del valico
che introduceva al Sannio, il sito del tempio romano ha
rivelato una storia secolare, celata tra gli strati di
terra si sono sovrapposti l’uno sull’altro
in seguito ad azioni umane o per eventi naturali.
Il tempio di Giove fu edificato probabilmente agli inizi
dei I sec. a.C., in piena epoca romana, intaccando una
stratificazione che giunge a documentare l’uso del
sito fin dall’età arcaica.
Elevato su un podio, un tempo modanato, è diviso
in pronao e cella con la gradinata incassata nel fronte.
Risulta progettato sulla dimensione di un modulo basato
sulla misura del piede romano (circa m 0,29). Le strutture
superstiti (platea in opera cementizia, muri perimetrali
in opera quasi reticolata, tracce della gradinata frontale)
lasciano ipotizzare una sua possibile ricostruzione come
tempio prostilo tetrastilo.
Probabilmente crollò verso la metà del II
secolo, quando un terremoto causò crolli e incendi
in tutta l’area peligna. Lo scavo condotto nelle
adiacenze ha portato al rinvenimento di tessere musive
decontestualizzate: all’interno dell’edificio
non ci sono tracce di pavimentazioni musive.
Alle strutture templari, dirute e non più frequentate
come luogo di culto, si appoggiò intorno al VI
secolo una capanna a pianta quasi circolare. Successivamente,
abbandonata anche la piccola struttura, l’area circostante
il tempio continuò a svolgere una funzione sacra
accogliendo sepolture tra i resti delle murature almeno
dal VI secolo. |
Alla dispersione
degli elementi di decorazione architettonica (in pietra
modanata e in terracotta) deve aver contribuito, oltre
alla spoliazione del materiale da costruzione successiva
al crollo, anche l’uso delle murature ancora emergenti
dall’interno come riparo occasionale per contadini
e pastori.
Poco distante dai templi maggiori, in un recinto quadrangolare
di minori dimensioni e posto più in basso rispetto
al terrazzo superiore, tra querce e aceri campestri, in
una ambientazione forse simile nei millenni, aveva sede
un tempietto dedicato a divinità femminili, perfettamente
allineato con i templi di Ercole e Giove. |
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Il sacello quadrangolare
è aperto a sud-est, circondato da uno stilobate
realizzato in lastre calcaree. Le murature perimetrali,
che conservano tracce dell’intonaco policromo, si
alzano su uno zoccolo di blocchi lapidei. Le misure del
piccolo edificio sono riconducibili all’utilizzo
di un perfetto modulo osco di 4 piedi attestato in edifici
templari del Sannio.
Ancora posti sul pavimento della cella sono stati rinvenuti
due blocchi di pietra scolpiti, interpretati come basi
di piccoli altari per sacrifici. In una fascia ristretta
a ridosso e pareti giacevano numerosissimi oggetti relativi
al mundus femminile, probabilmente in origine collocati
su mensole di legno: balsamari vitrei, pettini, aghi crinali,
specchi, laminette in oro, abbandonati repentinamente
al crollo del piccolo edificio, non più ricostruito.
Anche in questo caso è stato rinvenuto un deposito
votivo, i cui materiali testimoniano ulteriormente la
valenza femminile dei culto qui praticato: frammenti di
teste e di statuine femminili fittili, balsamari in terracotta
e vetro, lucerne, frammenti di una coppetta in pasta vitrea
azzurra, uno strigile in vetro.
La longevità del culto e la vita del sacello, che
si protraggono dalla media età repubblicana fino
alla piena età imperiale romana, stabiliscono sincronie
significative con i dati epigrafici peligni relativi ai
collegi sacerdotali di Cerere e Venere, che spesso avevano
sede nei santuari di Giove.
Dai depositi votivi emergono inoltre testimonianze di
altre divinità, come Dioniso, Artemide e le Ninfe:
queste ultime, come nutrici sia di Bacco sia di Kore-Proserpina,
figlia di Demetra-Cerere, riconducono a un sistema di
interrelazioni che collega, nell'ideologia religiosa e
nella struttura del santuario, il culto delle acque con
quello del grano e del vino.
La lunga vita del santuario è documentata anche
dai restauri praticati in antico sul lungo muro in opera
poligonale di sostruzione del terrazzo superiore, vera
e propria persistenza monumentale del paesaggio, ripresa
come macera in epoche successive a segnare i confini di
una terra che aveva ormai perduto il nome antico. Il salto
di quota tra i due terrazzi del santuario, monumentalizzato
dal muro poligonale, è ancora perfettamente percettibile
dall’opposto versante dell’altopiano, e doveva
rendere subito evidente, a chi percorreva la strada diretta
al Sannio, la struttura terrazzata dello spazio sacro,
a somiglianza di tanti altri simili luoghi di culto edificati
nell’area centro-italica alla fine dell’età
repubblicana.
Una diramazione della strada che attraversa il pianoro
per salire sulla collina orientale conduce ad un grande
edificio ricavato nel pendio, che risulta essere parte
di un complesso di costruzioni, canalette e piani artificiali,
organizzato secondo sentieri che assecondano le curve
di livello.
Lo scavo sistematico ha interessato il grande edificio
dalla planimetria rettangolare, caratterizzato dalla presenza
di una struttura scavata nella roccia e interpretata come
calcara, impianto per la produzione della calce mediante
la cottura di pietra.
Le murature scandiscono una divisione degli spazi per
linee perpendicolari e parallele: il muro che costituisce
la parete contro monte dell’edificio, è lungo
circa 29 metri (100 piedi romani).
Dai resti della struttura e dalle stratificazioni portate
in luce in occasione dello scavo sono emerse le diverse
funzioni cui assolvevano i vari locali: nell’angolo
settentrionale si conservano i resti della pavimentazione
in mattonelle quadrate di terracotta, con evidenti spessi
strati di cenere e resti combusti; il grande ambiente
che occupava l’angolo nord-orientale dell’edificio
era porticato, in quanto destinato a conservare la calce
prodotta: restano sul piano roccioso le buche per i pali
che sostenevano la copertura lignea a unico spiovente.
L'ambiente centrale, largo circa 6 metri, accoglieva la
parte anteriore dell’impianto produttivo vero e
proprio, scavato nella roccia retrostante della collina:
qui, nella camera di cottura, veniva accumulato il materiale
lapideo da cui ricavare la calce.
L’impianto colpisce per la sua efficienza, per la
sua razionale strutturazione interna e la collocazione
strategica lungo un’importante via di traffico,
che aveva una sua diramazione a servizio del trasporto
del materiale prodotto. È interessante sottolineare
come nel territorio di Cansano si sia prodotta calce fino
pochi decenni fa.
L’intervento di valorizzazione del parco archeologico
ha interessato finora soprattutto il santuario, con la
creazione di un percorso di visita all’area sacra.
Le ricerche scientifiche continuano a essere programmate,
perché la terra cela ancora ricordi di altri paesaggi.
A Cansano il pianoro conserva la sua magia, accresciuta
da una conoscenza che a ogni scoperta rincorre nuovi limiti.
In questo paesaggio affascinante si avverte la presenza
di altre dimensioni oltre quelle visibili: mentre lo spazio
riassume realtà tangibili, quarta dimensione, il
tempo, compenetra visibile e invisibile, terra e aria,
ragione e intuito. Passato e presente tornano a essere
a un attimo di distanza: lo scavo archeologico riapre
finestre socchiuse, e ciò che si cerca, ciò
che si trova è il tempo.
“C'è chi vive nel tempo che gli è
toccato ignorando che il tempo è reversibile
come un nastro di macchina da scrivere. Chi scava nel
passato può comprendere che passato e futuro
distano appena di un milionesimo di attimo tra loro.
(E. MONTALE, A Pio Rajna, in Quaderno di quattro anni,
1974) |
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