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del Gen. Nino Di Paolo

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Tanti anni fa, trovandomi a New York, visitai il museo dell’emigrante di Ellis Island, una piccola isola a un miglio da Manhattan.
Fra i seicentomila nomi incisi lungo il muro circolare del giardino che affaccia sulla statua della Libertà, ritrovai le tracce dei miei nonni.
Rimasi colpito, profondamente colpito, e da allora non ho smesso di scavare nel passato.
Da questa ricerca nacque un libro, poi una grande mostra fotografica a Napoli, presso l’Università Federico II, ma soprattutto un sogno: poter donare un giorno il frutto di quella fatica al mio Paese, non cedendo alle lusinghe che venivano da più parti, avolte anche molto autorevoli.
Oggi quel sogno diventa realtà e mi riempie l’animo di profonda commozione. Questo sogno ci aiuterà a non dimenticare la sofferenza di tutti coloro che furono costretti ad abbandonare il proprio Paese.
Prima di aprire questa finestra nel nostro passato, è utile offrire una chiave di lettura del progetto realizzato.
Dal materiale raccolto in più di quindici anni, ho estratto solo quelle parti collegate da un unico filo conduttore che da Ellis arriva ai nostri giorni.
Certamente il settore “forte” è rappresentato dalle foto relative alla “grande emigrazione” avvenuta appunto attraverso l’”isola delle lacrime”, come chiamavano un tempo Ellis Island.
Per oltre sessant’anni, dal 1892 al 1954, gli edifici rosso mattone eretti su questo piccolo lembo di terra ospitarono la più grande massa migratoria della storia contemporanea.
Tutti venivano passati in rassegna per verificare malattie o menomazioni, mentre la lunga fila dei nuovi arrivati saliva la ripida scala verso la grande, assordante Sala di Registrazione. Iniziava il “labirinto ispettivo”.
Più di 100 milioni di americani possono far risalire le loro origini a un uomo, una donna o un bambino che passarono per Ellis Island.
Stiamo parlando di una delle più colossali trasmigrazioni della civiltà occidentale che, dal 1880 alla prima guerra mondiale, coinvolse circa 14 milioni di persone dirette negli Stati Uniti America.
Proiettati in futuro, in un secolo, questi dati sarebbero diventati più di 26 milioni di italiani.
Interi scaffali di libri hanno esaminato e spiegato questo complesso fenomeno migratorio, analizzandone le cause vicine e remote; la stessa descrizione .letteraria ha raggiunto punte di estrema bellezza.


C’è tuttavia una storia dell’emigrazione che non può essere racchiusa nei libri e che trova nello strumento fotografico e nella poesia il mezzo evocativo più autentico per farla rivivere.
Alla poetica dell’emigrante è infatti dedicata una parte delle ricerche. Soltanto la voce di poeti e scrittori è in grado di raccontarci cosa si nasconde dietro ogni partenza. Questo è il senso dei brani e dei versi delle sezioni antologiche di Henry Roth, Silone, Carlo Levi, Gerbasi, Cardarelli, Dickinson.
Un altro segmento è costituito da una specie di itinerario dell’anima, utile per meglio descrivere tutto il pathos che accompagna il distacco, il viaggio in mare, l’arrivo e il difficile inserimento in un nuovo mondo, con gli sguardi persi verso la skyline di Manhattan.
Quindi “la nave” come luogo spesso doloroso delle traversate come simbolo del “viaggio”.
Tra i tanti spunti che arricchiscono la ricerca meritano una citazione i test dei Dott. Knox.

Da alcune ricerche fatte a New York con l’aiuto di mia moglie Paola, sono stati ricostruiti i test in legno che, all’inizio dei secolo un medico di Ellis, il Dott. Knox appunto, ideò per selezionare in modo empirico coloro che manifestavano insufficienze mentali.
Poi vengono le sezioni dedicate alle malattie, alle arti figurative ecc.
Ho cercato di narrare attraverso le immagini e la poesia tutto ciò che ruota intorno allo sradicamento di un essere umano quando per varie ragioni, è costretto a emigrare, facendo, parlare gli sguardi che fissano il visitatore, spesso turbandolo.
Ha scritto Cesare Pavese: “Molti campanili vuol dire nessuno”.
Ebbene, questa carenza di stabilità, insieme al mai sopito desiderio di ritrovare in ogni luogo i segni delle proprie radici, può segnare l’anima dell’emigrante come una persistente ferita. E questo perché “l’amore per la propria Terra”, come diceva Silone, “uno se lo porta dentro, diventa una parte di te in qualunque parte del mondo tu viva".
Ma non basta. Mi piace ripetere quanto detto in altre occasioni.
Tutti abbiamo in noi un “emigrante” che sonnecchia e che risponde a un’immagine di distacco e di rifiuto.
Egli non è mai l’Altro, nel senso che non ci sono uomini che nascono con un destino di emigrante e altri che vengono al mondo con una promessa di felicità. La dimensione dell’emigrante è un’ombra rannicchiata in fondo all’esistenza che può affiorare in superficie nei momenti più impensabili della nostra vita. E se da qualche parte noi siamo “stranieri a noi stessi”, se l’emigrante è dentro di noi, può essere utile imparare a fargli posto.


Un’ultima riflessione.
Noi tradiremmo lo spirito di questo evento se ci fermassimo solo alla mera rievocazione storica di fine ‘800, se non fossimo cioè capaci di cogliere un legame tra gli sguardi smarriti di un tempo e quelli di oggi. Confrontate alcune immagini del passato con quelle odierne a distanza di più di cento anni e vedrete come la storia si ripete!
E tutto questo va fatto per non affievolire un dibattito su uno dei più complessi problemi della nostra storia contemporanea, che non appartiene  solo  all’Europa,   che  evoca  nei  fatti  una  sfida  difficile, spesso drammatica.
Ma, per finire, vorrei tornare a Cansano.
In questi anni mi è capitato spesso di ascoltare il rumore dei miei passi e quelli di mia moglie mentre, all’alba, riflettevamo lungo le viuzze della parte antica del paese.
Lontano dai clamori dei mondo e curiosando fra le case diroccate mi è parso di sentire, qualche volta, le grida degli ultimi emigranti che baciavano gli stipiti dei portoni abbandonati.

Mi chiedevo cosa potevo fare per ridare voce a quei focolari spenti e a quelle stanze fredde dalle volte a botte, in attesa di un progetto.
E mentre mi interrogavo non ho mai smesso di coltivare la segreta speranza che un giorno quelle pietre mute tornassero a parlare. Ma come fare?
Occorreva uno sguardo di luce come quello di Pascal D’Angelo, l’emigrante scrittore di Introdacqua che nel suo celebre libro “Son of Italy” così descrisse la vittoria della poesia sulla dimenticanza dei lavoro di spaccapietre:
“Ma il cozzare dei piccone e il tintinnare del badile chi lo sente? Solo lo sguardo austero del caposquadra si accorge di me.
Quando scende la notte e il lavoro si ferma, badili e picconi restano muti e la mia opera è perduta, perduta per sempre. Se però scrivo dei bei versi, allora quando la notte scende e io poso la penna, la mia opera non andrà perduta. Resterà qui, dove oggi voi potete leggerla, come altri potranno leggerla domani.”
Ecco, questo museo potrebbe avere lo stesso significato che ebbe la poesia per lo scrittore abruzzese: un guardiano in grado di opporsi all’obliò di una parte importante della nostra storia, capace di ridare voce alle pietre mute.
Raccogliamo dunque questa promessa e, tutti insieme, facciamo diventare questo luogo un approdo che illumina il ricordo dei nostri emigranti e non permettiamo a nessuno di spegnere questa luce.
Nel concludere, non posso non ringraziare tutti coloro che, cominciando dal sindaco Rocco Ciampaglione, mi hanno dato l’opportunità di trasformare il mio sogno in una bella e preziosa realtà. Un grazie particolare agli amici “Salvatore” e “Giorgio”, sempre al mio fianco anche in questa occasione, per aiutarmi a concretizzare un difficile progetto.

Gallerie Immagini Museo dell'Emigrazione

IMMAGINI MUSEO DELL'EMIGRAZIONE
Galleria 1
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Galleria 2
FILOMENA LA SARTA
Poesia di Nino Di Paolo
GLI AMICI

 

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